Maniche di Camicia – Alfredo Focà

Maniche di Camicia - Alfredo Focà
Maniche di Camicia – Alfredo Focà

Maniche di Camicia – Alfredo Focà

Intervista ad Alfredo Focà, docente di Microbiologia e Storia della Medicina all’Università di Catanzaro

“Maniche di Camicia” è il nuovo appuntamento firmato Pernice Comunicazione che si articola attraverso alcune riflessioni sui fatti più scottanti dell’attualità che desideriamo proporvi insieme a opinion leader, professionisti, uomini e donne di cultura.

Il nostro primo ospite è stato il Professore Alfredo Focà, docente di Microbiologia e Storia della Medicina all’Università di Catanzaro.

Sono momenti di grande tensione che sono molto vicini alla tua specialità, infatti, il tema Covid-19 è strettamente attinente a quello della Microbiologia.

Si sono tempi di grande riflessione e, naturalmente, questo stare a casa raccomandato con veemenza da tutti ci costringe e ci induce a fare delle valutazioni che, come mi piace definire, ci riportano al pensiero lento. Il virus ci induce a riflettere su parecchie dinamiche della nostra vita.

È sicuramente un momento particolare, la frenesia dei nostri tempi è assolutamente stridente con quello che ci viene richiesto come prima misura precauzionale per l’interruzione di questa epidemia virologica, ossia lo stare a casa. Ma più semplicemente che cosa è un virus?

Un virus è una particella elementare, definita da Baltimore, per esempio, come una brutta notizia in un involucro proteico.

In realtà un virus, tenendo presente che tutti i microorganismi in genere sono degli elementi vitali che vivono insieme a noi, dentro di noi e con noi, non è una particella vitale, essendo parassita obbligato di altre cellule, tuttavia, vive insieme a queste dove si moltiplica e si riproduce per poter vivere.

Perciò, non possiamo definirla una cellula, difatti il virus è una particella con la particolarità di avere un acido nucleico (RNA o DNA), in un involucro proteico con delle caratteristiche principali molto semplici.

Così come definiscono molte ricerche recenti, si ritiene che la prima particella ancestrale possa essere stata proprio un virus con le conformazioni che abbiamo detto poco fa.

 

In modo meno scientifico, nel tuo articolo sul numero della Rivista Rotary Italia di Marzo, l’hai descritto come un Veleno.

Sì, perché il termine virus significa proprio veleno e, per avvicinarci anche ai microbiologi del passato, veniva considerato sempre attraverso la sua capacità di produrre una malattia o patologia. 

In realtà, il virus svolge molte altre attività e, come viroma, fa parte del microbioma dell’uomo.

Di fatto, quando un virus si insinua nelle nostre vite bisogna imparare a conviverci, è impossibile debellarlo ed è come se ci fosse un nuovo elemento che accompagna il nostro quotidiano. Adesso la situazione è ancora complicata, ma per quanto tempo dovremmo ancora preoccuparci?

Probabilmente ancora per qualche anno, finché la ricerca scientifica non produrrà dati scientifici provenienti da ulteriori ricerche e pubblicazioni.

Giustamente bisogna anche considerare l’aspetto del convivere, poiché, il virus non ha l’input di uccidere la cellula, anzi, convive, si replica e si moltiplica in essa, pertanto, così come moltissime epidemie che via via con il tempo si sono attenuate, anche in questo caso si andrà verso un calo.

Per il momento dobbiamo produrre farmaci e strategie per difenderci al meglio da questa pandemia acuta. Successivamente, attraverso i vaccini ed un’attenuazione del virus, arriveremo ad una convivenza, tenendo comunque conto delle eventuali mutazioni future da non sottovalutare.

E che quindi lo rendono più aggressivo?

Sì, lo rendono più aggressivo perché questa mutazione tenderà, così, ad eludere le difese del nostro organismo.

È anche per questo motivo che l’attesa dei farmaci si sta protraendo per così tanto tempo?  Nella migliore delle ipotesi, potremmo pensare a un primo vaccino contro il Covid-19 per il mese di dicembre. 

In questo caso, è una delle armi strategiche più importanti e noi rotariani possiamo dire qualcosa a tal proposito.

Le terapie che possono essere messe in atto sono attraverso farmaci con specificità antivirale, contro il virus stesso o contro parti di esso; in alternativa, con farmaci che agiscono contro alcune reazioni dell’organismo al virus.

Per esempio, con il contagio si vanno a stimolare i sistemi di difesa che producono sostanze specifiche come l’interferone e le citochine dell’apparato infiammatorio.

Questo Coronavirus fa reagire il sistema infiammatorio come se il sistema stesso fosse in preda al panico, poiché, rispondendo allo stimolo in maniera esuberante, produce una quantità massiva di queste sostanze, portando il paziente ad avere febbre alta e altre sintomatologie.

Per questo motivo sono stati utilizzati farmaci utili all’arresto della reazione infiammatoria come quello per l’artrite.

Ci sono virus che vivono tra noi e che, ormai, conosciamo molto bene. Come mai non ne abbiamo più paura?

Perché hanno un sistema di attacco alle cellule diverso, in particolare, gli altri virus influenzali si fermano sulle cellule delle alte vie respiratorie. Tuttavia, la particolarità di questo Coronavirus è che, oltre ad avere la proteina S che aggredisce un determinato recettore, va a legarsi ad uno specifico recettore ACE-2, attivando, successivamente, dei corecettori prima che il virus penetri nella cellula.

Di fatti, nei casi in cui vi sia una scarsa presenza di questi recettori, sono i corecettori che aiutano questo primo attacco nell’inglobamento del virus all’interno della cellula.

Da qui, sopraggiungono tantissime domande e quesiti a cui solo il tempo saprà dar risposta, basti pensare, infatti, che stiamo cercando di capire ancora come questi recettori ACE-2 siano presenti nel tessuto cardiaco mentre il virus aggredisce il tessuto respiratorio.

Questo momento si sta protraendo, basti pensare che inizialmente molti virologi qualificavano Covid-19 come semplice influenza, fatto che poi è stato smentito, dichiarandolo come vera e propria pandemia. Tuttavia, questo riporta alla luce concetti antichi come quello dell’isolamento, a cui tu fai riferimento nell’articolo sulla Rivista di marzo.

Certamente. Mi riferivo alla medicina narrativa, costola della medicina che di fatto non esiste.

Mi spiego meglio: in realtà la storia delle malattie infettive, il loro andamento e come si possono combattere, possiamo cercarle nel passato. Infatti, fin dagli antichi Egizi, l’unico concetto che siamo in grado di trovare e studiare è quello della trasmissibilità. In particolare, quando c’era l’esordio di una malattia da infezione subito iniziava la quarantena dove sappiamo che, per poter interrompere la trasmissione, venivano bruciate tutte le suppellettili e la casa dei primi soggetti infetti.

Nelle malattie infettive, come ormai sappiamo bene, il primo intervento che si può e si deve fare è agire sulla trasmissibilità.

Naturalmente tornando ai nostri tempi, ci può essere stato riserbo da parte degli amministratori nel disporre delle condizioni restrittive alla libertà personale? Pensi che queste restrizioni siano giuste e che debbano continuare? Hanno avuto la portata preventiva che ci si attendeva?

C’è stato, a posteriori, un lieve ritardo. Probabilmente prima in Cina nella comunicazione su ciò che stava accadendo. Detto ciò, queste misure avranno certamente un risultato e ne potremo vedere i numeri. Tuttavia, malgrado piccoli ritardi dovuti anche all’assuefazione sul fatto che come viviamo sia il massimo, è necessario fare leva sulla responsabilità delle persone.

Diceva Papa Francesco in questi giorni – Pensavamo di rimanere sani in un mondo malato. Il nostro modo di vivere ci ha portati a credere che possiamo sconfiggere tutto, ovviamente non è così e questo virus ci ha dato questo insegnamento. 

Sono, quindi, i singoli che devono maturare la responsabilità che si debba cambiare uno stile di vita e delle abitudini date per scontate, come, per esempio, l’utilizzo delle mascherine. Forse è l’esempio migliore se si tratta di cambiamento dei nostri usi e costumi, è un oggetto che dovremmo iniziare a produrre anche in Italia e servirà anche dopo, specialmente per alcune professioni.

Questa emergenza ha evidenziato una delle tante carenze del nostro sistema, quello di un finanziamento adeguato alla ricerca. Tu pensi che si cambierà cultura e approccio a questo tema dopo questa situazione così drammatica?

Spero di sì, nessuno lo può dire con certezza. Il fatto importante è che il sistema sanitario non sfugga dalle mani degli operatori e venga gestito dagli stessi operatori della sanità, altrimenti c’è il rischio che accadano le cose che sono successe in questi giorni.

Se ricordi, sempre come medicina narrativa,un’altra infezione da virus che ha fatto paura è stata l’HIV.

Era il 1982 e mi trovavo a Charleston negli USA quando scoppiò in maniera preoccupante questa malattia. I primi momenti furono gestiti dall’informazione pubblica, oscurando di fatto l’OMS, per cui tutte le news vennero date senza ascoltare la comunità scientifica che solo dopo anni è riuscita a ricucire lo strappo prendendo le redini della comunicazione.

Anche questa ha cambiato, di fatto, le nostre abitudini.

Torniamo in Italia. Si dice che il nostro Sistema Sanitario Nazionale sia stato messo a dura prova da questa situazione, soprattutto nelle zone più colpite dal coronavirus dove si percepisce la frenesia, soprattutto negli amministratori, nel riuscire a dare assistenza al maggior numero di pazienti. Basti pensare agli allestimenti degli ospedali da campo a Milano e Bergamo realizzati in tempi brevi. Tutto sommato, rispetto agli altri paesi europei, sembra che il nostro sistema sanitario non sia poi così male.

Non è così male, ma poteva essere meglio, rispondendo meglio alla situazione. Abbiamo visto che gli altri paesi europei, Gran Bretagna in primis,hanno sottovalutato molto questa pandemia.

Detto ciò, l’Italia ha fatto un buon lavoro che ha messo in evidenza tutte le efficienze del sistema sanitario così come quelli da curare meglio. Questo perché, negli anni, la ricerca scientifica e sistema sanitario non sono stati finanziati sufficientemente, tant’è che troviamo molti dei nostri ricercatori in giro per il mondo a causa di questa paralisi.

Perciò, bisogna curare meglio il sistema sanitario per poter rispondere agli eventi, alle epidemie o alle pandemie che verranno nel tempo. Questo coronavirus ne è l’esempio e dobbiamo essere pronti a contrastarlo. 

Secondo te quale sarà la conseguenza più evidente? Quali saranno insegnamenti e cambiamenti che questa situazione drammatica porterà nelle nostre vite?

Per quanto riguarda il sistema sanitario prepararsi. Serve, inoltre, capire quanto l’uomo, attraverso l’inquinamento atmosferico o l’effetto della distruzione della natura, incida sull’aggravarsi di una epidemia.

Per spiegarmi meglio, quanti di questi pazienti anziani avevano un epitelio polmonare tale che ha favorito l’attecchimento del virus?

Fumatori, inquinamento atmosferico, altre patologie croniche dell’apparato respiratorio sono tutte classi di persone che porteranno gli epidemiologi a fare delle riflessioni.

È vero che questo virus si diffonde nell’aria? 

No, nel senso che dipende da come viene posta la domanda.

Il virus da solo non si può diffondere né nell’aria, né sulle superfici, ha bisogno di un veicolo, in questo caso delle goccioline che lo trasportino da una parte all’altra, per esempio come in uno starnuto. 

La distanza, secondo le ultime pubblicazioni dell’OMS, è stata portata a 2 metri proprio perché si è visto come il virus sopravviva più a lungo del normale trasportato dalle goccioline”.

Un’ultima domanda sul tema sociale, sulla dimensione dell’individuo. Si sta parlando molto di distanziamento sociale.

Scientificamente non ha senso parlare di distanziamento sociale, ma di distanziamento individuale, quindi da persona che può trasmettere il virus a persona non contagiata.

Facendo questa confusione rischiamo di cadere in alcune problematiche sociali, molto care a tutti noi rotariani, che non hanno nulla a che fare con il virus stesso.

Grazie mille per il tempo che ci hai dedicato e per le risposte puntuali ai nostri numerosi quesiti. Prima di lasciarci però, volevamo chiederti, visto il nome della rubrica “Maniche di Camicia” e il clima più confidenziale nel quale ci stiamo abituando a lavorare, qual è la tua camicia preferita?         

In casa o nei momenti di libertà, la mia camicia preferita è di colore blu scuro, di cotone pesante; invece, nel caso dovessi mettere anche la cravatta, come dice Wilbur Smith: va soltanto sulla camicia bianca.

Colgo l’occasione per ringraziarvi dello spazio che mi avete dato per parlare e spiegare più o meno in termini appropriati e scientifici la questione coronavirus.

 

Per ascoltare l’intervista completa: https://www.youtube.com/watch?v=pcFf08fgb68

 

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