Maniche di Camicia – Anna Scavuzzo

Maniche di Camicia - Anna Scavuzzo
Maniche di Camicia – Anna Scavuzzo

Maniche di Camicia – Anna Scavuzzo

Intervista ad Anna Scavuzzo, Vicesindaco e Assessora alla Sicurezza del Comune di Milano.

Il quarto ospite di “Maniche di Camicia” è Anna Scavuzzo, vicesindaco e Assessore alla Sicurezza del Comune di Milano.

Grazie per la tua disponibilità in un momento che ti vede impegnatissima sul fronte dell’amministrazione della Città, specialmente ora che l’emergenza è più pressante…

Ha stravolto il nostro modo abituale di lavorare sia dal punto di vista delle attività istituzionali sia da quello di servizio per la città. C’è stato un contraccolpo al quale abbiamo reagito tenendo conto che da una parte siamo il volto della Città e dell’interazione con i cittadini, dall’altra siamo anche una amministrazione che conta 14.000 dipendenti, persone che ci aiutano ad essere ciò che siamo.

Questo duplice ruolo di sintesi ci ha portati a cambiare anche la modalità di lavoro, migliaia di colleghi che grazie allo smart-working proseguono l’attività amministrativa della Città.

Uno dei temi centrali è quello della disciplina con cui i milanesi hanno accettato la limitazione della libertà personale, il distanziamento individuale e l’isolamento. Quanto è stato difficile anche per voi, come amministratori, accogliere questa imposizione e trasmetterla nel giusto modo ai cittadini?

Senza alcuna polemica, colgo l’occasione per fare delle riflessioni: penso che i cittadini milanesi, così come quelli lombardi, siano stati ricettivi nonostante la poca chiarezza delle informazioni. Effettivamente, ci sono stati molti momenti nei quali ci siamo detti se fosse fattibile fare una cosa piuttosto che un’altra.

La reazione, inizialmente, è stata di stupore, parlo anche a livello personale, di fronte alla prospettiva non solo di chiudere scuole o luoghi di lavoro ma anche quella di un obbligo vero e proprio di stare a casa. Parto da questa considerazione per evidenziare la fatica nel misurarsi con decreto così profondo e forte.

Il lavoro di accompagnamento, per noi, è stato da una parte di comunicazione e spiegazione, dall’altra di controlli e di servizi, soprattutto per le persone obbligate a rimanere a casa e che necessitano di assistenza domiciliare.

Hai introdotto un concetto fondamentale, la differenza tra distanziamento sociale e distanziamento individuale. Non credi che sia, invece, una situazione in grado di favorire l’avvicinamento tra le persone? Come sta reagendo il comune davanti a queste problematiche?

Il distanziamento sociale che non c’è, si vede soprattutto nella collaborazione tra enti istituzionali e diverse associazioni. Come Comune di Milano abbiamo collaborato con vari soggetti, da Fondazione Cariplo, a Fondazione di Comunità, alla Caritas o al Banco Alimentare per la creazione di Hub. Erano tutti enti con i quali eravamo già in contatto e con i quali collaboravamo sui temi della povertà, del cibo, dell’educazione al cibo e sul sostentamento per i più bisognosi. Abbiamo fatto un salto di qualità, ci siamo resi conto immediatamente della necessità di seguire ancora di più, oggi, le persone che seguivamo prima perché hanno, di fatto, una difficoltà ulteriore.

È necessario unire gli sforzi per arrivare anche agli ultimi, questo per evitare di perderci qualcuno per strada e ingegnerizzare un sistema che renda più capillare questa macchina di aiuti. Come dicevo poco fa, abbiamo creato otto hub, dove arrivano derrate alimentari che verranno successivamente distribuite da AMAT a queste famiglie poco fortunate. Un lavoro sinergico per evitare che tutte le azioni non vengano sprecate.

Ovviamente stiamo guardando al domani, perché anche il sociale attraverserà una fase due e dovremo capire come faremo ad evolvere un’alleanza che c’era già ma che oggi più che mai si è rinsaldata.

Anche il tema sanitario è centrale nella discussione. Uno degli elementi più criticati negli ultimi giorni è certamente l’uso e la destinazione dell’Ospedale in Fiera, qual è il tuo pensiero a riguardo?

Abbiamo capito fin da subito che il tema delle Terapie Intensive sarebbe stato centrale in questa situazione perché, molte persone, attraverso un lungo percorso di ventilazione assistita nelle T.I., riescono a superare delle crisi significative per poi guarire.

I numeri, fin da subito, sono stati altissimi, quindi l’intuizione di individuare un luogo ad hoc adibito alla Terapia Intensiva era cosa doverosa. Ci sono state diverse iniziative parallele a questa come l’Ospedale da campo realizzato dagli Alpini alla Fiera di Bergamo.

Forse, per l’Ospedale in Fiera Milano, non si sono fatti bene i conti tra il tempo di reazione e il tempo del bisogno, poiché, un ospedale da 600 posti non lo si fa in un giorno. Perciò, c’è stato un chiaro errore di valutazione nei tempi di realizzazione. Conviene pensare, direttamente, ad una fase due dell’ospedale, convertendolo in una struttura che possa ricevere persone degenti che hanno bisogno di assistenza diretta, o che affollano in malo modo alcuni ospedali o che, addirittura, sono a casa perché non hanno modo di essere ricoverati.

Credo serva sviluppare degli edifici o dei luoghi adibiti alla riabilitazione dei casi di media intensità, in modo che ci possa aiutare a contenere il contagio nelle famiglie, che è il nucleo dove c’è alta probabilità di poter contrarre il Covid. La DGR del 30 marzo di Regione Lombardia va in questo senso, individua necessità di strutture analoghe a quelle di cui sto parlando, ma ritengo che serva velocizzare la reazione.

Il terzo settore è stato molto attivo in questa emergenza, dalla fornitura di materiali al sostegno dei malati. Quanto è importante in questa Milano, patria del terzo settore, l’attività di tutte le associazioni? Quanto il Comune può sollecitare il terzo settore a rispondere ad alcuni bisogni?

Credo che l’alleanza di cui parlavo poco fa sia una condizione sine qua non. Oggi, tutto ciò che ha bisogno di una soluzione complessa con la quale siamo obbligati a confrontarci, deve avere una riposta figlia di cooperazione e collaborazione. Ovviamente, ognuno deve fare la sua parte, non c’è posto per un attore solitario. Serve qualcuno che metta il bene pubblico al centro che permetta ad ognuno di portare un contributo. Questa sinergia sarà importantissima anche in fase due perché ci consentirà di arrivare molto più lontano con una qualità di servizio molto più capillare, condividendo gli stessi obiettivi.

Se posso aggiungere, c’è stata molta polemica su questo “Milano non si ferma”. Voglio dire che viviamo in un momento di stasi delle nostre vite e non nego di essermi commossa più volte di fronte alle varie immagini che sono state pubblicate. Vedere una città vivace, motore di creatività, cultura ed incontro, deserta, fa stringere il cuore. Dall’altra parte però, ti rendi conto quanto una città sia i suoi luoghi, le sue piazze, i suoi edifici, le sue bellezze e di come senza le sue persone questi luoghi non siano città vere. La stessa consapevolezza mi fa dire che se guardassi fuori dalla finestra e intuissi cosa accade nelle case dei miei vicini, saprei certamente che in quelle case potrei trovare una vitalità che fuori non si vede ma che contribuisce al fatto che la comunità non muoia e che Milano non si fermi.

Nonostante appia in un momentaneo letargo, quali sono le prospettive della Milano viva che tutti conosciamo?

In questo momento, anche sulla stampa, ci sono dibattiti tra comuni, governo e regioni. La risposta alla domanda è nella parola ovunque. Non vogliamo rinunciare alla prospettiva di chi vogliamo essere, sicuramente cambierà qualcosa, troveremo metodi nuovi per raggiungere i nostri obiettivi, faremo valutazioni diverse ma focalizzeremo il nostro lavoro sulle bellezze, sulle eccellenze, sul fare comunità in modo che sia possibile nuovamente attrarre turismo, studenti, capitali e cultura.

Dobbiamo recuperare la reputazione e la fiducia nei confronti di chi ci guarda da fuori, di chi desidera tornare in Italia o a Milano, perché la paura di essere contagiati tiene lontane le persone. È un tema su cui si deve lavorare in modo serio, perché riacquisteremo piano piano fette di mercato e cultura ma dovremo farlo dando non solo immagine di una cura rispetto alla preoccupazione sanitaria ma anche strumenti chiari per contrastare l’emergenza.

A Riguardo, anche l’attività del Comune cambierà, dagli accessi al lavoro digitalizzato. Nel momento in cui riusciremo ad essere confidenti e che saremo tutelati una volta che torneremo al lavoro, allora ce la faremo perché vuol dire che abbiamo quanto la situazione sia seria.

Quanto ci dobbiamo concentrare sulla comunicazione? Quanto sarà importante investire in essa?

Dobbiamo smettere di dipingere la situazione peggiore di quella che sia in realtà, descrivendo le varie situazione per come non sono. Il popolo milanese ha risposto in maniera superba, con grande responsabilità, ma spesso viene dipinta la parte negativa della questione. Il Paese stesso sta reagendo e ha degli anticorpi democratici e di spirito civico molto forti.

Non dobbiamo farci schernire perché siamo stati i primi ad essere stati colpiti da questa emergenza.

Dobbiamo avere un impegno politico per cui ci siano da una parte azioni serie, sane e di prospettiva, dall’altra una comunicazione che non sia eccessiva e retorica, si deve raccontare bene ciò che sta accadendo. Sono in gioco non solo questioni economiche ma anche sociali.

Milano ha la funzione di leadership e di faro per l’Italia. Con le altre amministrazioni della Lombardia c’è un dialogo in essere per pensare ad una strategia di riposizionamento e rilancio?

Si, anche se la situazione è stata ed è, tuttora, difficile per tutti. Ovviamente, avremo bisogno di piattaforme, che dalle città ricostruiscano i territori, e la capacità di sinergia. Il turismo di prossimità, di promozione del territorio deve essere l’input per il rilancio del nostro paese.

Per i sindaci, invece, abbiamo bisogno di un coordinamento più alto, serve un’alleanza che permetta una sinergia tra le varie città. È attualmente attivo un tavolo dei sindaci con il governatore Fontana, politicamente non allineato, ma che rappresenta una base da cui bisogna partire. Credo che nel rapporto istituzionale ci sia quell’assetto corretto di cui abbiamo bisogno per ripartire.

Il tema del digitale non sarà ininfluente, cambieremo molte nostre abitudini. Il salto che ha fatto il nostro Paese cambierà anche la nostra idea di lavorare insieme. Altro aspetto da non trascurare è quello della mobilità lavorativa che, grazie allo smart working, garantirà maggiore flessibilità, permettendo anche una rivalutazione di alcuni territori.

Prima di essere Assessore alla Sicurezza sei stata Assessore all’Istruzione. Come possiamo trattare il tema della scuola? Alcuni paesi stanno già ripartendo, ma cosa possiamo valorizzare di questa esperienza nel rapporto con i nostri ragazzi?

Oltre al tema scolastico abbiamo a cuore anche le tematiche relative ai più piccoli, agli asili, alle case vacanze e scuole. Ci stiamo ponendo parecchie domande, ma attualmente stiamo valutando diverse soluzioni, evidenziando delle necessità ovviamente legate alla ripartenza del lavoro.

I bambini possono costituire anche un problema, perché essendo quasi tutti asintomatici sono potenzialmente fonte di contagio maggiore verso gli adulti. È necessario fare in modo che chi si occupi di loro sia tutelato adeguatamente.

Anche la scuola sta facendo una riflessione importante a riguardo, il bagno di digitale che ha avuto il sistema ci ha permesso di innovarci con dieci anni di anticipo rispetto al dovuto. Spero in una fase progressiva che parta dai più piccoli sino ai più grandi con una digitalizzazione e una gestione accurata e programmata in base alla situazione.

Non possiamo trascurare anche il tema della fisicità, i nostri ragazzi devono riappropriarsi di quei luoghi che permettano loro di tornare a fare sport o di muoversi all’aria aperta.

Quanto conterà l’effetto paura nella gente una volta tornati alla normalità? Quanto sarà difficile gestire il tema connesso dei trasporti pubblici, constatato che Milano è la città del pendolarismo?

Logicamente ci sarà un ritorno progressivo alla normalità, non ci sarà un momento come il 25 aprile, tantomeno una giornata in cui ci sveglieremo e sarà tutto finito. È una prospettiva che dobbiamo cominciare ad interiorizzare e che sia comunicata nella giusta maniera.

È necessario che ci siano degli step in cui le persone si rendano conto piano piano che stanno riappropriandosi degli spazi ma che tornare indietro è un attimo.

Il tema del Trasporto Pubblico è tutt’altro che ininfluente. Non ci trasformeremo in svedesi in un minuto, avremo bisogno di maggior disciplina magari con ingressi scaglionati in base alla quantità di gente presente, ma possiamo lavorare in maniera importante affinché tutti possano essere tutelati.

Che cosa hai capito dei milanesi che non sapevi? Ti ha colpito qualcosa di questa esperienza? Che cosa resterà ai milanesi di questa esperienza che potrà far crescere la città?

La nostra è una città con tanti “milanesi”, indipendentemente da dove arrivino, e in questa pandemia ci siamo ritrovati tutti ad esserlo. Milanesi si è, anche se non ci si nasce.

Questo sentimento l’abbiamo visto anche da parte delle comunità migranti, dove c’è stata un’adesione fortissima che ha dato un grande contributo alla città: basti pensare alla solidarietà della comunità cinese con l’arrivo di migliaia di mascherine, o alle comunità latine che non hanno celebrato la solita Pasqua grigliando nei parchi cittadini.

Non dimentichiamoci, però, del tessuto imprenditoriale storico della città che si è fatto sentire subito. Basti pensare che il Fondo promosso dal Sindaco ha raccolto circa dieci milioni di euro anche grazie al loro contributo. Quel fondo non servirà solo alla città di Milano, non siamo milanocentrici. Infatti, se dovesse ripartire la città, sarebbe il simbolo della ripartenza di tutta Italia, per questo credo sia proprio un’immagine positiva e consistente.

Se qui si sta bene, si sta bene anche ad ampio raggio e spero che questo sia il punto di partenza di collaborazione necessaria tra i sindaci.

Non si avverte la sensazione che si stia tergiversando un po’ rispetto alle azioni da intraprendere e alla fase due stessa? C’è timore da parte dei decisori politici di non essere in grado di agire per essere poi accusati di aver sbagliato?

Questo è un tempo in cui servono delle squadre di lavoro con una leadership forte. Qualcuno dovrà prendersi la responsabilità di guidare il paese in questa fase, questa è la necessità di fare sintesi.

Per troppo tempo abbiamo, da una parte, denigrato la politica e, dall’altra, pensato che potessero farla tutti. È chiaro come, invece, la politica non sia per tutti. Abbiamo bisogno che torni ad avere la responsabilità di sintesi tra economia, scienza, dato di percezione reale e valutazione costi-benefici, facendosi carico delle conseguenze e i rischi delle decisioni prese, tant’è che alcune di queste non sono state lievi. Quando si scrive nero su bianco che c’è obbligo di dimora, stai scrivendo, in una legge, che se le persone dovessero uscire senza comprovato motivo, allora commetterebbero un reato.

Il messaggio credo sia stato forte e chiaro, siamo in un’emergenza che nessuno deve sottovalutare perché è talmente grave che una legge dello Stato obbliga le persone a stare a casa perché possono ledere alla salute loro e altrui.

Se abbiamo individuato in Vittorio Colao, la persona per fare sintesi, io confido che nel giro di qualche tempo utile potremo vedere dei risultati, valutiamoli nel merito e non solo per un’ostilità politica pregressa. C’è troppo sul piatto per relegare tutto ciò in questioni di piccolo cabotaggio. Sicuramente, ci saranno in ballo anche interessi politici ma è necessaria una guida, abbiamo bisogno di risposte certe e non dobbiamo replicare quella politica che ha sempre promesso e poi non ha fatto.

Oggi non c’è solamente il fatto che un pezzo della comunità italiana potrebbe stare in una casa non adeguata, c’è anche un sistema Paese che rischia di non rialzarsi ed è una prospettiva sulla quale è necessario che ci si assumano responsabilità chiare.

Da questo punto di vista, confido in una Fase 2 molto più guidata e che ci sia un’attenzione particolare da parte di tutti coloro che abbiano responsabilità in Italia perché dobbiamo far ripartire Paese, quindi, no ai contentini perché così non ci si rialza più.

Sono in programma iniziative di potenziamento della mobilità sostenibile? In particolare, di Bike-Sharing, Scooter-Sharing e di BikeMi…

Ne ha parlato il Sindaco l’altro giorno in Giunta. È vivamente consigliato, per chi può, l’utilizzo di qualunque mezzo sostenibile, senza affollare tram e metropolitana. Tuttavia, temo che il tema dello sharing possa avere un contraccolpo, visto e considerato che si parla di mezzi che sono al servizio di tutti. Con le accortezze adeguate, invece, credo sia una soluzione fattibile e facilmente percorribile, creando così alternative all’utilizzo dei mezzi pubblici.

Cosa ti resterà personalmente di questa esperienza? Se fossi nella Milano del 2030 che città spereresti di vivere? 

Abbiamo una fortuna, abbiamo vinto le Olimpiadi del 2026 e abbiamo un obiettivo di medio termine che spero sarà per noi l’occasione per misurare, passo dopo passo, il percorso che abbiamo fatto sino ad ora. Abbiamo bisogno di avere sfide e obiettivi, non solo sull’idea della Città che eravamo, anche perché non so se torneremo come la Città di Expo, sulla città che piano piano riacquisterà degli spazi di socialità, di obiettivo e di eccellenza per avere la possibilità di rilanciarsi, di fare sistema e di stare nel panorama internazionale con cui si arriverà alle Olimpiadi di Milano-Cortina.

L’esperienza che stiamo vivendo mi ha lasciato una nuova dimensione umana dentro il Comune, come il lavoro assiduo affinché la macchina amministrativa possa rispondere alle esigenze della nostra Città, e una dimensione umana nelle persone, che hanno sentito che il Comune era loro vicino. Credo sia il sentimento di comunità più forte.

Il tema della salute è di tutti, senza distinzione di censo e senza differenze, e preoccuparsi di questo tema è qualcosa che rende davvero comunità.

Come ben sai, la nostra rubrica si chiama “Maniche di Camicia”, tuttavia, sappiamo già che ne hai una alla quale sei particolarmente legata…  

La mia camicia Scout, un’emozione pura. Ieri, mentre chiudevo i pacchi della Protezione Civile, mi chiedevano cosa facessi lì con loro a lavorare, beh credo sia stata un’esperienza che, in qualche modo, oggi si rinnova e che tiene insieme l’assumersi delle responsabilità ma anche viverle in prima persona.

Vi ringrazio per questo spazio e speriamo di poterci nuovamente incontrare  una volta terminata questa emergenza.

 

 

Per ascoltare l’intera intervista Clicca Qui

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