Valentina Aprea: a scuola di futuro

Valentina Aprea: a scuola di futuro
Valentina Aprea: a scuola di futuro

Valentina Aprea nasce a Bari e dopo la Laurea con Lode in pedagogia, diviene insegnante elementare. A 27 anni accede alla dirigenza pubblica nel settore dell’istruzione e, nelle elezioni del 1994, 1996 e 2001, viene eletta alla Camera dei deputati in rappresentanza della coalizione di centro-destra. Durante i Governi Berlusconi II e III, è stata responsabile delle politiche scolastiche e ha ricoperto l’incarico di sottosegretario al Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca.
Dal 2013 al 2018 è Assessore al Lavoro e all’Istruzione della Regione Lombardia.
Presidente della Commissione Cultura della camera dei Deputati nella XVI legislatura, ha proposto un complesso di proposte per riformare il sistema scolastico, concretizzato nel disegno di legge n.953 Aprea e riassunto nel suo libro “La scuola che non c’è”.

Onorevole Valentina Aprea, da sempre al servizio dell’istruzione.

Esattamente, sono impegnata da tempo sulle policy dell’istruzione, prima come insegnante e poi come politico, membro della Commissione Cultura della Camera dei Deputati.
Ho seguito e promosso numerose riforme per l’innovazione dell’istruzione italiana.

Quali cambiamenti intende promuovere nel futuro più prossimo?

Innanzitutto, ridurre il percorso scolastico italiano. 13 anni sono tantissimi, lo erano qualche decennio fa e ora lo sono ancora di più. Bisogna avere il coraggio di terminare gli studi a 18 anni; nel resto del mondo si progetta il futuro a 21 anni, le grandi rivoluzioni dell’ultimo decennio sono state promosse da ragazzi e ragazze al di sotto dei 20 anni.

Nelle scuole italiane, inoltre, deve essere presente anche l’ora di intelligenza artificiale. In tutto il mondo la materia principale è diventata il coding, mentre il nostro Paese è ancora in ritardo. L’istruzione italiana deve rinnovare sé stessa e le proprie strategie d’insegnamento. Gli studenti italiani devono andare a scuola di futuro il prima possibile.

Quali saranno le competenze richieste nei prossimi anni?

Nel 2020 avremo 200 milioni di nuove opportunità lavorative. E saranno richieste nuove conoscenze e competenze. Stiamo parlando di problem solving, pensiero critico, team working, intelligenza emotiva, negoziazione e, ovviamente, il coding.
Queste competenze devono assolutamente essere incluse nei piani formativi scolastici italiani.
Prima potevano bastare competenze di base apprese tra i banchi di scuola, i cambiamenti non erano così rapidi. Oggi invece ogni anno cambia il mondo, le tecnologie, il progresso scientifico. Ora la vita è differente. Bisogna essere allenati al futuro.

Innovazione, opportunità o minaccia?

Un’assoluta opportunità, che va colta con la formazione, con una preparazione che parte da lontano, a partire dalla scuola dell’infanzia. I bambini di oggi vivono nel terzo millennio, ma appena varcano la soglia della classe, tornano nel passato. I bambini devono iniziare fin da subito a familiarizzare con queste nuove frontiere, sviluppando approcci proattivi verso le nuove tecnologie.
L’innovazione è l’opportunità di accorciare le differenze. Nuovi metodi di insegnamento, supportati dalla tecnologia, per superare qualsiasi difficoltà nell’apprendimento. Gli studenti potranno utilizzare gli strumenti adeguati alle proprie necessità, l’apprendimento sarà personalizzato. La vera minaccia è non essere in grado di approfittare della tecnologia.

Come si supera il digital divide?

Attraverso una formazione permanente. Il digital divide è un problema che colpisce tutti. Una formazione iniziale non basta più, l’innovazione e il cambiamento sono fenomeni così veloci che presuppongono una formazione continua. Le stesse modalità di svolgimento dei lavori cambiano continuamente. Chi si ferma è perduto!

Istruzione o apprendimento?

Bisogna favorire la scuola dell’apprendimento, per essere pronti ad apprendere tutta la vita. Tra istruzione e apprendimento c’è molta differenza. Non bisogna prepararsi solo per superare un’interrogazione, perché oggi è richiesto altro. Oltre a un a sapere trasmesso e acquisito, deve svilupparsi la capacità di problem solving e restituzione di ciò che si impara. Qualsiasi cosa che impariamo oggi, potrà essere messa in discussione domani.

La scuola deve preparare a un mondo flessibile.

Esattamente. È importante sapersi innovare, sviluppando maggiore flessibilità mentale. Le certezze degli ultimi anni sono cambiate, gli stessi titoli accademici non assicurano più un modo di essere e agire constante, oggi è tutto è in discussione. E il valore più grande è quindi quello di saper reagire ai cambiamenti.

Qual è il ruolo della scuola nella socialità e socializzazione degli individui contro l’isolamento dei social rispetto all’ambiente?

La scuola deve tenere in considerazione l’importanza della socialità; nuovi modi di essere e vivere. La tecnologia rappresenta il nostro futuro, ma non si vive esclusivamente di tecnologia. Educhiamo a vivere in un mondo senza eccessi, nella vita come nel lavoro. Nella sfera educativa, la scuola è importante tanto quanto la famiglia. Parliamo di educazione alla cittadinanza digitale, importante per conoscere i rischi di un uso spregiudicato di internet, per evitare spiacevoli situazioni.

L’ora di educazione civica a scuola è dunque fondamentale.

Assolutamente, ma va resa più coercitiva, deve essere valutata con un voto in pagella, al pari delle altre materie. La conoscenza della nostra Costituzione è fondamentale.

Cosa ne pensa dell’evoluzione degli studi attraverso gli ITS?

Sono un bene per la nostra società e per il nostro futuro. Sono scuole di specializzazione che introducono al mercato del lavoro avanzato. Tutti i Paesi più sviluppati hanno bisogno di questi luoghi. Oggi dare garanzie di formazione e lavoro è fondamentale. Gli imprenditori investono per formare nuove risorse, ma le imprese di oggi hanno bisogno di figure formate adeguatamente per un rapido inserimento lavorativo.

 

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